Monsignor Carlo Liberati, Arcivescovo di Pompei

Ieri mattina, mercoledì 22 giugno, con una breve cerimonia alla presenza delle autorità civili e militari, via Parrocchia e piazzetta Parrocchia, dinanzi alla Chiesa del SS. Salvatore di Pompei, hanno cambiato la loro denominazione e sono state ufficialmente intitolate al Beato Giovanni Paolo II.
È una prova ulteriore del legame speciale che univa il Grande Papa alla città Mariana, al Santuario, ma soprattutto alla Beata Vergine del Santo Rosario.

Nessuno ha mai dimenticato la profezia di Bartolo Longo del 5 maggio 1901: “Un giorno da quella loggia noi vedremo la bianca figura del Rappresentante di Cristo benedire le genti accolte in questa piazza, acclamanti la pace universale”. Giovanni Paolo II visitò Pompei ben due volte: il 21 ottobre 1979 e il 7 ottobre 2003, quando la malattia lo rendeva sofferente e commuoveva i presenti levando in alto il Santo Rosario, pur nel tremore evidente delle mani.

Nel corso della cerimonia, Mons. Carlo Liberati, Arcivescovo di Pompei, è apparso evidentemente commosso: fu proprio Giovanni Paolo II a volerlo a Pompei. Il Prelato così racconta quella chiamata: “Il Papa mi disse: ho la sua scheda. Lei ha sempre obbedito. Non vedo perché non dovrebbe obbedire a me e alla Madonna”. Karol Wojtyla gli diede solo dieci minuti per decidere, ma Mons. Liberati fu immediatamente pronto a dirgli il suo “sì” convinto.
E Giovanni Paolo II fu profeta perché, quel giorno, cominciò una nuova primavera per la Chiesa di Pompei, che trova il suo centro vitale nel Santuario della Beata Vergine del Rosario. Tante le opere realizzate, tante quelle messe in cantiere, tante quelle progettate, tante quelle trasformate e adattate ai mutati tempi moderni. Mons. Liberati ha citato, ad esempio, il restauro della Basilica, lavoro immane e, insieme, fortemente simbolico perché consente di far riemergere gli splendidi colori del meraviglioso edificio sacro.

Quando Giovanni Paolo II lo inviò come guida della Chiesa di Pompei sapeva di chiamare Mons. Liberati ad una missione complessa in una realtà bella, ma difficile, dove forze spesso contrarie sembrano bloccare l’opera di chi lavora per il bene del popolo che Dio gli ha affidato. Mons. Liberati ha, però, continuato a lavorare e i quattro milioni di pellegrini che, ogni anno, visitano il Santuario sono la prova della fecondità del suo impegno silenzioso, ma incessante.

Pompei, per Mons. Liberati, non va solamente identificata con gli scavi, che per quanto curati, vedranno alla fine dei tempi la loro inevitabile fine. Pompei è il suo Santuario, perché le cose materiali sono destinate a finire, mentre Dio e Maria, Sua madre, resteranno in eterno. A tutti, Mons. Liberati chiede: “Aiutatemi a fare il bene di Pompei!”.

L’attivissimo parroco della Chiesa del SS. Salvatore, don Giuseppe Esposito, visibilmente soddisfatto, ha voluto ricordare il lavoro di Ciro Segreto, l’artista pompeiano che ha dipinto il pannello, che è stato collocato dinanzi alla parrocchia e che riproduce la storica immagine di Giovanni Paolo II, che saluta i pompeiani, appena giunto in Piazza Bartolo Longo nella visita del 1979.

 
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